domenica 15 novembre 2009

Misijonska nedelja

Era già l’anno scorso che ricevevo lettera da Peter Spazzapan cittadino italiano di nazionalità slovena di Gorizia, che anni studiava qui a Roma e che si è laureato di medicina l’anno scorso. Dopo un’esperienza in Africa mi scrisse una bella lettera di quale vi voglio presentare alcuni passi.

“Partire un giorno per l’Africa è stato uno dei motivi principali per i quali, ancora alle superiori, desideravo fare medicina. Vabbè, direte, tutti iniziano a studiare Medicina sognando di salvare il mondo dalle grinfie di malattie tipo la tubercolosi e la malaria. Di fare il medico sognatore e avventuriero in qualche posto sperduto in Africa... Non è mica un sogno molto originale, dai. Eppure è stato un sogno che non mi ha mai, mai abbandonato durante il percorso di studi.

Ho passato già l’estate scorsa in Africa, in un ospedale del CUAMM in Etiopia. Quest’anno però era diverso. Portavo nello zaino una laurea e la piccola ma significativa esperienza africana dell’anno precedente. Andavo con i Comboniani. E poi andavo in Uganda, cavolo. In una delle regioni più affascinanti dell’Africa, il Karamoja: terra selvaggia, povera, dove l’Africa è rimasta vera Africa.

Ho iniziato fin da subito il mio lavoro-avventura in ospedale, nel reparto di Chirurgia. Ovviamante in Africa per Chirurgia si intende tutto, ma proprio tutto ciò che si può fare in sala operatoria. I primi giorni mi ha accompagnato soprattutto il prof. Bonini: un maestro in sala operatoria e soprattutto un grande uomo. Un medico missionario vero. Ricordo una mattina presto in ospedale: chiedendogli dove stesse andando mi ha risposto: “Vado a parlare col capo”. Dopo pochi secondi l’ho visto svoltare a sinistra, nella cappella...

Le giornate in ospedale passavano veloci e intense, una dopo l’altra. La mattina in sala operatoria, tra interventi più o meno grandi. Poi il pranzo verso le 14-15 e l’ambulatorio nel pomeriggio. Senza ovviamente contare le emergenze che potevano arrivare in qualsiasi momento della giornata.

L’esperienza medica è stata fantastica. Non ero io in prima linea, no di certo. Quando si esce dall’Università italiana si sa tanta teoria, ma poca, poca pratica. Non ho fatto l’eroe e non ho salvato vite. Le scelte non erano mai solo mie. Riuscivo a gestire da solo i casi minori. Ed ero l’aiuto negli interventi grandi: polmonari, peritoniti, occlusioni, tagli cesarei, gravidanze ectopiche, appendiciti, fratture. Ah, e poi i gun-shots! Militari, e gente comune che arrivava tutti i giorni, con pallottole piantate ovunque. Ragazzi giovani e forti, che vedevano le loro vite stroncate o appese ad un filo per uno stupido, inutile sparo.

I momenti in cui arrivano questi giovani uomini feriti sono stati per me i più tristi in Karamoja. Come può l’uomo creare uno strumento così violento, crudele come un’arma da fuoco? Come può un uomo avere il diritto di uccidere un suo fratello premendo semplicemente un grilletto? Magari ubriaco, magari costretto a sparare! Non potrò mai dimenticare la prima volta che ho visto un uomo morire sul tavolo operatorio. Era un giovane soldato a cui i Warriors hanno “piantato” una pallottola in pancia lacerandogli la vena cava. Gli attimi in cui si ferma il cuore, si spegne una vita. E tu sei lì, impotente...

Come dimenticare il 15 agosto, quando un gruppo di Warriors ha sparato all’unico autobus che va da Kampala a Kotido, un po’ più a nord di Matany. Una donna è stata uccisa e una decina di persone ferite sono state portate improvvisamente in ospedale. Quanto dolore, quanta sofferenza. E per cosa poi? Per la prepotenza di pochi, per l’aggressività di alcuni sballati. Perchè? Sono domande che tutti ci poniamo e a cui nessuno sa rispondere. Pensavo spesso alle parole di Lèvinas: Dio in queste situazioni ha il volto della mamma di un bambino gravemente ammalato. Per quanto lei si dia da fare, se lo vedrà morire tra le braccia...è straziata dal dolore, ma non ci può fare nulla. Forse Dio è proprio così: ci genera liberi, si autolimita, non ci può forzare ad amare. Come la mamma proverà tutte le strade per salvare il figlio, ma alla fine se lo ritroverà morto tra le braccia.

Non c’è però solo sofferenza in Africa, no. Le persone in Africa sono calpestate dalla povertà e dalle malattie, ma non certo dalla vita, dalla capacità di resistere, di andare avanti, di sorridere. L’Amore per la vita, per le cose pure, vere, naturali è forte in Africa. La gente è povera e semplice, ma felice dentro. È proprio questa la forza dell’Africa: l’immenso sorriso stampato sui volti. Non ci sono Youtube, Facebook, nè DVD dietro cui la gente si possa nascondere. L’unica cosa che riempie il tempo sono le persone, l’allegria che nasce da una parola o da uno sguardo. E in questo gli Africani sono per noi – così abituati ad tenere i musi lunghi e preoccupati - dei veri maestri.

Ammettere questo è difficile, ma è fondamentale. Ho sempre guardato all’Africa con occhi di superiorità. Io, bianco-muzungu che vado tra gli Africani a dare e aiutare. Io che faccio il “superman”, che vado in Africa e salvo tutto, cambio tutto. Invece no. È soprattutto l’Africa a dare; ci vuole tanta, tanta umiltà per apprenderne i ritmi, per iniziare ad amarli. Per vivere “con” l’Africa, non “per” l’Africa. Ci vuole il desiderio profondo e viscerale di vivere “con” gli Africani, senza mai, mai sentirsi superiori. E allora ecco che l’Africa insegna, insegna, si, sprigiona un’energia vitale impressionante.

Ho trovato dei grandi testimoni di questo vivere “con” l’Africa proprio nei Comboniani. Che amore, che affetto! Una vita vissuta seguendo le orme di Gesù, sacrificandosi come Gesù si è sacrificato “in quella Galilea di disperati”.

Essere missionario significa forse proprio questo: portare nel mondo una goccia di speranza, una testimonianza, un segno che Dio c’è, che con l’Amore tutto diventa possibile, che la vita può vincere. Che nè la paura, nè la violenza possono abbattere chi vive e opera nel Suo nome.

Di questo sono fermamente convinto. Me lo hanno dimostrato p.Marco, Tarcisio, Paolo, Luigina, Fausta. E poi tanti altri esempi. Queste persone, le loro vite sacrificate sono delle grandi testimonianze. Sono semi gettati per far crescere qualcosa di nuovo e di grande. Vite che ci ricordano di giorno in giorno che solo nell’attimo in cui si dona la propria vita agli altri si prova la vera gioia di vivere.

“E tu giovane, la vuoi buttare la tua vita per qualcosa che vale?”, questa frase di p.Alex mi ha rimbombato in testa durante tutte le settimane a Matany e mi rimbomba tuttora, pensando al mio presente e al mio futuro. Non so dove vivrò da grande, dove spenderò la mia professionalità medica. Ma vorrei che questo spirito di solidarietà e di Amore non mi abbandonasse. Che l’esperienza di Matany non diventi mai solo un ricordo, ma che sia giorno dopo giorno una viva motivazione per dare, donare e amare, sempre di più.

Cosi Peter, e tu? Per che cosa voi buttare la tua vita? T’interesano i posti a sinistra e destra dei governatori oppure ti attira servizio: donandosi, sacrificandosi, morendo ... come il Signore.

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